Correva l’anno 2013 d.c. Il Regno d’Italia era in piena crisi economica. Sommerso dagli scandali, il re Silvio da Arcore usciva sconfitto dalla guerra dei vent’anni. Il Paese era allo sbando mentre si combatteva per occupare la poltrona che ben presto il re abbandonava.

Nel frattempo, il generale Gallotti organizzava una spedizione che puntava a conquistare la penisola iberica.

Egli studiò in ogni particolare la missione con esercizi mirati e schedulati da rigide tabelle. Nei  mesi precedenti la crociata, simulò l’attraversamento dei grandi fiumi europei, portando i suoi uomini sulla Martesana, simulò la scalata delle grandi montagne europee portando i suoi uomini a Montevecchia. Coniò vari slogan tra cui ricordiamo “Si fa la maratona o si muore”, “Nulla è impossibile per colui che osa”.

La spedizione era pronta e qualche settimana prima del rigido inverno, partì dalla pianura padana,  dall’Alpi alle Piramidi, dal Manzanarre al Reno. Risalì il Po’, attraversò le Alpi e i Pirenei, scegliendo infine l’attacco via mare sbarcarono sulle coste della città di Valencia.

Il generale Gallotti, al comando del 42° Reggimento Ortica, pronunciò la fatidica frase “Al mio segnale scatenate l’inferno”.

Erano le ore 9 in punta e un colpo di cannone rappresentò il segnale del generale. La truppa sferrò l’attacco alla città e cercando di conquistare strade, vie e piazze si aprì un varco lungo più di 42 km.

In avanscoperta c’erano i fucilieri assaltatori guidati dal colonnello Tantardini e dal maggiore Cimafonte. Il sergente Casali guidava la rappresentanza femminile che con onore svolse brillantemente il lavoro che gli fu assegnato. I soldati, immersi nella concentrazione,  avanzarono a testa bassa quando la fatica era insopportabile e a testa alta quando, orgogliosi, mostravano la scritta “ITALIA” e “ORTICA” che decorava la propria divisa.

Il battaglione procedette in maniera irrefrenabile, ad un ritmo continuo e travolgente, suscitando ammirazione e consenso degli abitanti. I soldati addestrati alla corsa, dotati di ampia autonomia, correvano spinti da energia sorprendente.

Nacque così l’Arma dei  Bersaglieri.

A  difendere il territorio conquistato, il generale predispose a 10km il Comando del 10° Battaglione Milano guidato dal Capitano Moraschini. Nelle retrovie i soldati Mazzone e Bellodi guidati dal Maresciallo Faina evitarono il rischio di sommosse popolari. Tutto procedette secondo i piani e dopo neanche 3 ore la città fu conquistata.

La spedizione ben presto fece ritorno in Italia dove furono accolti con grandi onori e a tutto il Reggimento fu assegnata la medaglia al valore.

Al ritorno il generale non potette ricevere le congratulazione dal re Silvio da Arcore in quanto egli, dopo la votazione per la sua decadenza,  fu costretto all’esilio. Chiese quindi ospitalità all’amico Putin, ma fu raggiunto dai provvedimenti dei rivoluzionari che facevano riferimento al tribunale di Milano. Fu rinchiuso infine nel carcere di Sant’Elena.

Il Duca di Milano decise successivamente di assegnare il nome Ortica, al quartiere da dove era partito il generale Gallotti in ricordo della sua spedizione e del suo fantastico Reggimento.